Rimediando il vecchio teatro-alla maniera di Kentridge

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Si sta facendo largo ultimamente un ambito di studi e ricerche storiche collegate a pratiche artistiche teatrali e installattive contemporanee che a dispetto delle tecnologie più sofisticate e interattive, si rivolgono all’indietro, al passato, alla tradizione o a macchine obsolete, a vecchie modalità artistiche e a dispositivi e programmi che “non ce l’hanno fatta”, mescolati con i nuovi formati digitali. Il principio è quello teorizzato da Bolter e Grusin che lo hanno definito remediation (che potremmo tradurre liberamente, ricordando Stanislawsky, come reviviscenza). Una garanzia di lunga vita per tecniche che oggi sembrerebbero obsolete e che invece vengono recuperate dall’oblio e dal banchetto del modernariato dando vita a un nuovo stile multimediale che “sa di antico”. Prendendo spunto dal bellissimo testo di Roberto Casati potremmo effettivamente parlare di una recente “scoperta dell’ombra” da parte di artisti visivi e multimediali. Sarà l’effetto Kentridge quello che sta rinnovando all’indietro l’idea di teatro attuale riproponendo a un pubblico dotato di Kinet, Xbox e consolle di ogni genere, delle figurine ritagliate e animate con una vecchia macchina 16 mm, silhouette o effetti di luce artigianali? L’onda anomala di Kentridge inarrivabile e straordinario artista politico, con il suo repertorio di figure nere in processione e di cortei di ombre animate, simboli di azione, resistenza e riscatto in un Sudafrica “riconciliato” all’indomani dell’African National Congress di Mandela, sta generando proseliti anche in territori non strettamente teatrali. Le ombre come è noto, sono un motivo iconologico costante e un vero topos nel repertorio visivo di Kentridge, sviluppate nelle più diverse tecniche: dalle sculture in lamina nera di figure in sospensione tra le due e le tre dimensioni (addossate su muro o anamorfiche e disperse a frammenti nello spazio e persino rotanti su un perno o ripresi dalla telecamera/macchina da presa), alle processioni in silhouette di derelitti in marcia eseguite a collage con carta strappata (come in Portage, 2000), a sagome di figure nere di varie dimensioni inserite su arazzi, fino ai ciclorama di profili neri su bianco o su pagine di libri e su carte geografiche, e infine alle proiezioni animate (Shadow Procession, 1999; Stair Processing Vertical Painting, 2000; Procession or Anatomy of Vertebrates, 2000).

Un komos contemporaneo che si mostra all’interno di tutte le sue opere, nelle sue linee essenziali per raccontare un mondo sotterraneo e invisibile venuto improvvisamente alla luce, in grado di mutare la realtà in senso rivoluzionario. I video, le installazioni e le opere filmiche animate di William Kentridge a partire da disegni al carboncino sono creati quali forme espressive aperte che si espandono verso inedite traiettorie artistiche, in una felice “conflittualità relazionale” (il video come espansione del fatto grafico, diventa installazione, poi quadro scenico animato all’interno di uno spettacolo, come per il recente progetto ispirato al racconto Il naso di Gogol dal titolo I am not me, the horse is not mine, 2008). L’effetto di ombre in movimento nel suo teatro (con una eco non incidentale al teatro giavanese, il wajang) è combinato variamente con le proiezioni video o filmiche, tecniche che insieme creano un gioco e uno scambio ininterrotto tra la parte frontale e quella retrostante la scena, entrambe spazio d’azione live sia dell’attore (o della marionetta) che della macchina (e del suo manovratore).

Alle ombre è dedicata una delle più significative installazioni della giovane artista multimediale indiana Shilpa Gupta: in Shadows #1 e Shadows #3 (2007) le silhouette del visitatore, grazie a un sistema video interattivo, si mescolano alla folla inquietante di fantasmi in nero video proiettati.

Imparentato alla Gupta anche nella colonna di suggerimenti di you tube l’installazione video ludica interattiva
SHadows Monster di Philip Worthington

Impossibile non riconoscere in queste opere la mano (o l’ombra..) di Myron Kruger con la sua serie di installazioni videointerattive degli anni Ottanta Videoplaces in cui è proprio la silhouette del visitatore catturata dalla videocamera a giocare con le immagini video e piccoli oggetti animati e grafica colorata.

Il motivo kentridgiano della processione di figure nere a mo’ di ciclorama e i video animati con sagome di carta ma con protagonisti schiavi, madri stuprate, sottomesse, uomini torturati (che sembrano a prima vista, innocenti decorazioni che escono da lavori di découpage o dal cassetto di giochi dei bambini) sono al centro del lavoro della giovane artista afro-americana Kara Walker (attualmente in mostra alla Fondazione Merz di Torino). Il lessico dell’artista (quale si evince da tutte le sue opere nei più diversi formati e tecniche usati: acquarello, inchiostro o carboncino su carta, collage, figurine di carta su muro, o film in 16mm) connotato da un voluto primitivismo, è stato ben illustrato da Yasmil Raymond all’interno del catalogo dedicato alla Walker My complement, my enemy, my oppressor, my love. L’epopea della negritudine passa dalla tratta degli schiavi alla guerra tra sudisti e nordisti, al colonialismo, dal racconto dello Zio Tom alla proclamazione dell’emancipazione femminile.
L’aspetto multimediale è legato alla creazione di alcuni video come piccoli teatrini realizzati attraverso l’animazione manuale servendosi di piccoli bastoncini, delle figurine nere ritagliate a raccontare schiavitù infinite e oppressioni millenarie.

Terminiamo questa prima carrellata sull’arte teatrale e tecnologica che si ispira alle ombre con lo spettacolo musicale SADE SONG di Jean Lambert-wild, direttore artistico della Comédie di Caen. Lo spettacolo a sua regia tratto liberamente dal marchese De Sade è impostato su silouhette e straordinari giochi d’ombre in un’atmosfera di musica dal vivo di fortissimo impatto.

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